Vittorio Galigani

La Serie C è a pezzi, ma l’Aic rifiuta di accorgersene. Utopia squadre B. Lega A ridotta a ‘Circolo’

21.02.2018 21:59

La Serie C. Un “pianto”! Non paga, non interessa andare alla ricerca degli eventuali “colpevoli” e delle relative responsabilità. Non interessa più sapere perché si è giunti a tanto degrado. Le attenzioni vanno rivolte alle soluzioni, indispensabili, per ricreare un clima di normalità. Come, sapere/potere, ovviare a una serie infinita di controsensi. Deferimenti e penalizzazioni sono divenuti una consuetudine. Pessima. Le classifiche della stagione in corso, alla resa dei conti, saranno falsate in tutti i gironi. Il rimpallo delle responsabilità non paga. Non fa onore al sistema e ai suoi protagonisti.

Di certo, l’associazione italiana calciatori ha contribuito a creare il clima, irrespirabile, del presente. Il commissariamento della Federcalcio ha cristallizzato tutte le procedure in atto. Sarà complicato portare le riforme in assemblea e ottenere, come recita lo statuto federale, il consenso dei trequarti di quell’assise. Un errore puntare, peraltro, sulla modifica dei pesi elettorali.

La “moda” introdotta da quel sindacato (Aic) conduce costantemente alla minaccia di sciopero. Una presa di posizione, inutile, che conduce al nulla di costruttivo. Perché le “riserve” auree a disposizione dei club, in Lega, sono limitate. Per non dire esigue. Perché chi (presidenti) ha dimostrato di non possederne (denaro) o di aver posto un freno alla propria disponibilità all’esborso, mai più farà confluire risorse (economiche) nella società di calcio che rappresenta. La richiesta di fallimento dei club in default finanziario (vedi Vicenza, come Modena), più volte suggerita anche da Umberto Calcagno che dell’Aic è il vice presidente, sta diventando una costante pericolosa. Illusoria. Come se dietro la porta dei curatori, all’uopo delegati, ci possa essere la fila degli acquirenti. Ma quando mai!?

I calciatori (tramite quel sindacato) sono rappresentati in consiglio federale da quattro delegati (anche se, a dire il vero, la loro quota rosa ha fatto registrare più assenze che presenze). Non risulta che sull’iscrizione del Vicenza, del Modena, dell’Arezzo, del Matera come di altri club, che non sto a menzionare (anche di serie B), abbiano mai espresso il loro parere negativo. Che si siano mai opposti al rilascio della licenza nazionale di chicchessia.

L’associazione calciatori, di fronte alla difficoltà manifesta di poter mantenere il format della Serie C in tre gironi da venti squadre, pone però sul tavolo le sue remore. Basate anche e sopratutto sull’utilizzo delle squadre B. Come se tra i club maggiori, di Serie A, ci fosse una dichiarata disponibilità generale di circa quindici unità. Perché, tra le carenze economiche e quelle infrastrutturali, quella sarebbe, appunto, la necessità. Sarebbe sufficiente guardare, in prima analisi, nelle classifiche della Serie D, lo stato qualitativo (finanziario e infrastrutturale) delle papabili promosse. A seguire fare la conta di quanti club, dei 56 attuali (in verità, escludendo il Vicenza sarebbero 55), saranno in grado di onorare le norme, o il rating, previste per ottenere la licenza nazionale nella prossima stagione.

Sarebbe oltremodo facile attestarsi sui 40 club. Una realtà alla quale bisogna adeguarsi. Il sistema calcio italiano, per un valido e sostenibile equilibrio costi/ricavi, non è in grado di supportare più di 80/82 società professionistiche.

In questo contesto emerge la necessità di un “richiamo” al passato. L’istituzione di quella categoria di “elìte”, cuscinetto tra dilettanti e professionismo, defiscalizzata ed imperniata sulla formazione e valorizzazione del prodotto umano territoriale. La formazione, appunto, e la conseguente crescita dei nostri giovani. Concedendo spazio alla meritocrazia e al valore tecnico piuttosto che all’imposizione, alle volte assurda e non condivisibile, di restrittive norme sull’utilizzo degli “under”. Applicando anche un nuovo metodo di incentivazione economica.

Un progetto, con interessanti modifiche strutturali, sul quale i rappresentanti dei calciatori dovrebbero confrontarsi/applicarsi con Cosimo Sibilia,Gabriele Gravina e i rappresentanti delle Istituzioni governative. Creando una sinergia di lavoro costruttiva, capillare e innovativa. Preferendola a quell’idea delle squadre B (cavalcata da Damiano Tommasi e dai suoi) che, anche per le perduranti difficoltà finanziarie in cui si dibatte il sistema calcio italiano, avrebbe pochissime possibilità di “decollare” e avere riscontri di successo.

Allargando il giro d’orizzonte, perdurano le difficoltà anche nella gestione della Lega di Serie A. Sembra non esserci rimedio ai pessimi rapporti instauratisi tra i presidenti e alla costituzione di “correnti” opposte e contrarie che hanno determinato il vuoto di potere attuale. L’assemblea delle Società, programmata al rientro in Italia di Giovanni Malagò per il prossimo 27 febbraio, è stata annullata. Il Commissario, presidente del Coni, ha preferito tramutarla in un informale incontro conviviale. Una procedura, mai riscontrata in precedenza, che ha incuriosito i “frequentatori” della sede di via Rosellini. Che si vogliano introdurre anche a Milano certe (discutibili?) abitudini romane. Tanto per capirci: alla Aniene maniera?

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