Vittorio Galigani

I ‘Graffi sulla... C’ di Vittorio Galigani

Dal palo di Darmian a quel pallone “sgonfio” che va cambiato

23.11.2017 02:31

Cosimo Sibilia, presidente della Lnd

Il futuro del calcio italiano condensato tutto in un palo. Quello colpito da Darmian in Svezia che, ove la sfera anziché tornare in campo, fosse terminata in rete, avrebbe riequilibrato le sorti della partita di andata dei play off e non solo. Con quel gol, messo a segno in trasferta, anche il pareggio al Meazza sarebbe stato sufficiente, alla nostra nazionale, per staccare il biglietto di andata ai mondiali in Russia.

Avrebbe evitato, almeno nell’immediato, l’insurrezione di piazza che ha trascinato alle dimissioni Carlo Tavecchio. Oggi, pur riconoscendo la miseria tecnica espressa dalla nostra rappresentativa maggiore, si starebbe parlando di ben altro. Le componenti del calcio (tutte) avrebbero avuto il tempo necessario per portare a termine il progetto di ristrutturazione del pianeta calcio nazionale.

Pur nella foga e nell’amarezza della conferenza stampa, che è seguita alle sue dimissioni, Tavecchio, nell’accollarsi le dovute responsabilità, ha detto anche cose giuste. In campo ci vanno i giocatori. La formazione la fanno i tecnici. Ventura aveva perso di mano la squadra. Aveva smarrito la fiducia dello spogliatoio. Quello che è accaduto alla Pinetina, al rientro in Italia, non è assolutamente degno del Club Italia. Con il senno di poi (ne son piene le fosse) sarebbe stato più giusto esonerarlo (Ventura) dopo la pessima prestazione offerta contro la Spagna.

Carlo Tavecchio era atteso al varco. Dai politici al Governo. Da Giovanni Malagò, dall’Associazione Calciatori. Dalla parte più rappresentativa della stampa. Sportiva e non. Cairo proprietario del Torino e di due testate tra le più importati in Italia (Gazzetta delle Sport e Corriere della Sera) gli ha voltato inopinatamente le spalle. Dalla base della Serie C, quella che non gli è mai stata vicina. Ricordarsi, all’uopo, l’intervento di Paolo Toccafondi in coda all’assemblea elettiva dello scorso marzo. Preso atto della gravità della situazione anche Cosimo Sibilia in rappresentanza della Lega Nazionale Dilettanti ha assunto una decisione ineluttabile e coerente. Una decisione sofferta, ma corretta. Non esistevano più i presupposti per poter proseguire in quel percorso. Nelle prime ore Tavecchio si è sentito abbandonato dalla componente a lui più fedele da sempre, poi ha compreso che le difficoltà erano insormontabili. Non vi era altra soluzione alle dimissioni.

L’associazione calciatori accennavo sopra. Rappresentano quelli che sono andati in campo. In Spagna, con la Macedonia, in Svezia e al Meazza. Una nazionale di calcio così mediocre non si vedeva da diversi anni. Certamente molte le responsabilità di Ventura con le sue scelte cervellotiche. Tanto l’impegno della squadra, ma livelli bassissimi per quanto a estro, qualità e fantasia. Si dirà che una rondine non fa primavera, ma rinunciare a Lorenzo Insigne si è dimostrato un vero suicidio. Il campionato e le coppe europee stano dimostrando lo splendido stato di forma del capitano del Napoli.

I Calciatori sono rappresentati da Tommasi e dal suo vice Calcagno. In buona sostanza dall’Aic. Bravi, molto, nell’andare all’opposizione. Nell’abbandonare, insalutati ospiti, i tavoli istituzionali. Chiedono/vogliono il cambiamento radicale. Bene. Con quali uomini e con quali programmi/progetti. Parole bellissime tante, da riempirsene la bocca. Proposte concrete nessuna. In quasi tutte le categorie, per esempio, giocano/allenano i raccomandati. La meritocrazia è andata a farsi benedire. Le recenti esperienze di Pavia, chi non ricorda i programmi megagalattici dei cinesi, Mantova, Messina, Ancona, Macerata, Como. Ultima Modena. Non hanno insegnato nulla. Come non hanno insegnato nulla le iniziative fallimentari dei “supporter trust”.

Tra poco, a quelle, se ne aggiungeranno altre. In altre Piazze stanno arrivando i “liquidator”. Meglio conosciuti come i “turisti” del calcio. Potrebbe capitare all’Akragas, forse la più imminente. Oppure alla Lucchese, all’Arezzo e in altre piazze. Un terzo della Serie C allo sbando. In tanti, tra i presidenti attualmente in esercizio di professione, desiderano passare la mano. Non interessa a chi. Non interessa come. In molti casi la Società di calcio è diventata un peso economico. Meglio disfarsene e nel minor tempo possibile. Non interessa se chi si propone è un “liquidator” o un turista del calcio. Delucidazioni? Al proposito chiedere lumi al presidente dell’Akragas Silvio Alessi.

In riferimento a quanto sopra l’Associazione Calciatori, che ai tavoli istituzionali è stata sempre presente, cosa ha portato di realmente costruttivo al sistema? Oltre qualche iniziativa di sciopero (legittima) quali sono state le loro proposte più concrete, quale il loro piano industriale per la ristrutturazione del sistema? Quali le loro idee al tavolo delle trattative? La serie C a 60 squadre, perché di giocatori a spasso ce ne sono tanti. Bene. Ma gli stipendi ed i contributi, poi, che li onora?

Sempre più attuale il tema delle riforme. Un argomento quanto mai impellente soprattutto in serie C. Proprio da alcuni presidenti, anche tra quelli più esperti, giungono proposte mai realizzabili. Una, giunta alle nostre orecchie,risulta essere veramente esilerante. Meraviglia possa partorire dalla mente dichi, non solo a livello imprenditoriale, dovrebbe risultare maestro. La Serie C non si rifonda con la riduzione del format, ma distribuendo ad ogni club 2 milioni o giù di lì (diritti tv ed altro) all’anno. Come se reperire dal sistema 120 milioni di euro, all’incirca, fosse un esercizio proponibile. In serie A, per molto meno, non trovano l’accordo tra piccoli e grandi club. Di questo passo e nel marasma della tante/troppe diatribe in atto, il pianeta calcio rischia di affossare definitivamente.

Prendo a prestito, proprio da Cosimo Sibilia, l’idea per la indispensabile soluzione. Potrebbe apparire la meno scontata, ma è senza dubbio l’unica percorribile. Lavorare in armonia tra tutte le componenti e accelerare i tempi di esecuzione. Con grande sintesi, in una frase fatta, ma mai logora: il pallone è sgonfio, bisogna “cambiarlo”.

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