Vittorio Galigani

Gli abusivi impuniti, le società in affanno ed il Ct fantasma: calcio da (ri)commissariare

03.04.2018 18:08

Un sistema, il calcio, “bisognoso” di impellenti riforme sostanziali. Inattaccabili. Un sistema che nel presente concede troppo. Di più. Norme carenti. Controlli approssimativi. Atti e decisioni che minano la credibilità delle istituzioni (non solo quelle “pallonare”). Frutto, anche, di un preoccupante immobilismo. Il commissariamento della Federcalcio ha portato soltanto cambi di ruoli e di poltrone. Risultati nessuno.

Il recente passato ci ha “regalato”, nelle decisioni assunte, esempi variegati e, spesso, incomprensibili. Certamente non condivisibili. La Federcalcio ha dovuto soccombere. Uno, senza dubbio eclatante, quello che vede coinvolto Pietro Leonardi. Il Consiglio di Stato gli ha restituito la qualifica di dirigente sportivo. Pietro Leonardi è l’ex braccio destro di Tommaso Ghirardi. Entrambi sono accusati del fallimento del Parma calcio. 

A seguito del crac finanziario della squadra gialloblù, la Corte federale d’Appello della Federcalcio aveva vietato a Leonardi di ricoprire qualsiasi carica in società sportive per 5 anni, oltre a una multa di 150mila euro. Decisione successivamente confermata anche dal Collegio di Garanzia del Coni. Il Consiglio di Stato ha ribaltato ogni verdetto, gli ha concesso la sospensione dell’inibizione. Una decisione che lascia basiti. I giudici costituzionali non hanno neppure fissato una data per iniziare a conoscere i risvolti, reali, della vicenda. Potrebbe accadere che Leonardi riesca a non scontare mai l’inibizione. La decisione del Consiglio di Stato lascia perplessi. Ignora anche la posizione della Procura della repubblica di Parma che ha recentemente chiuso l’inchiesta sul crac del club gialloblu. Ipotizzando i reati di concorso in bancarotta fraudolenta aggravata, accesso abusivo al credito, truffa e bancarotta documentale a carico di 25 persone tra le quali, appunto, anche Pietro Leonardi.

Nel ricorso, contro Coni e Federcalcio, Leonardi, a sua difesa, aveva evidenziato la grave situazione finanziaria che sta attraversando. Dovuta alla assoluta carenza di reddito da quando non ha più ricoperto cariche in club calcistici…

Diversa, ma ugualmente incomprensibile, la vicenda che ha (ri)portato alle cronache Ninni Corda. Da quando cioè è arrivato nel Como.

A Corda, che sta scontando una precedente squalifica di tre anni e tre mesi per illecito sportivo (terminerà nel prossimo mese di ottobre), si contesta il fatto di essersi tesserato (non avrebbe potuto) con fittizie mansioni di collaboratore di prima squadra. Di fatto svolgendo attività dirigenziali con ampi poteri di gestione sportiva e amministrativa. Il tutto con lo scopo di aggirare la normativa federale e dunque in malafede. Emergerebbe che Corda abbia svolto compiti di competenza di un direttore generale. Contattando giocatori e tecnici, effettuato pagamenti. Gestendo il tutto da un proprio ufficio nella sede del club. Spontaneo chiedersi dove, al proposito, fossero gli Organi preposti al controllo. La vicenda è emersa soltanto per la presunzione di Corda e per il suo modo di proporsi e di apparire, infischiandosene di norme e regolamenti. Ove la sentenza non dovesse subire modifiche la squalifica di Corda scadrà nell’aprile del 2020. Per inciso, dopo la notifica della recente inibizione, il “direttore generale” del Como ha continuato, imperterrito, a rilasciare interviste.

Cambiare tutto perché tutto resti com’è. Lo stile nel gestire, citato ne “Il gattopardo”, che, introdotto anche nel calcio, non permetterà al sistema di migliorarsi. Mai.

Pesi elettorali e diritto di veto. Come il cane che si morde la coda. Un problema esclude l’altro. Malagò intenderebbe ridimensionare Lega Dilettanti, Arbitri e Lega di serie C. Un tema che andrebbe affrontato da altre latitudini. La recente tornata elettorale alla presidenza federale ha dimostrato che il 34 per cento della lega nazionale dilettanti non è stato sufficiente per eleggere il numero uno del calcio nazionale. Abolito il diritto di veto è quindi indispensabile giungere a una soluzione diversa. La rimodulazione deve essere totale. Deve riguardare anche calciatori ed allenatori. Nella realtà sembra improbabile, se non impossibile, che le componenti chiamate in causa possano aderire, senza battere ciglio, al taglio delle loro percentuali.

Occorre, in primis, una legge ad hoc per ridimensionare il peso elettorale di calciatori ed allenatori (complessivamente non più del 20 per cento). Mai un percipiente potrà prendere il sopravvento su chi investe e produce reddito. A seguire si potrebbe discutere su basi diverse con serie B, serie C, Lega Dilettanti ed Arbitri. Portando al tavolo della trattativa argomenti di natura economica e finanziaria. Una solida base economica in permuta di percentuali adeguate. Per chi sa gestire calcio e fare impresa, è semplice come l’uovo di Colombo.

Conoscendo però gli “attori” e la scarsa predisposizione, l’accordo appare impossibile. Diventa pertanto ipotizzabile un percorso coercitivo per le componenti chiamate in causa. Più probabile che Malagò/Fabbricini si indirizzino sulla nomina di un commissario ad acta all’uopo preposto. Provvederà il prescelto alla rimodulazione dei pesi elettorali. Una decisione, inoppugnabile, presa dall’alto, che scontenterà la base. Con un unico vantaggio: solleverà tutti dalle proprie responsabilità ed obbligherà tutti, obtorto collo, ad accettarla.

Sempre d’attualità l’argomento Vicenza/Arezzo. Il curatore dei veneti, De Bortolo, ha fissato per la seconda decade di aprile la prima udienza con base d’asta a sei milioni di euro. Una enormità spropositata in considerazione della categoria di appartenenza e dei risultati negativi della squadra (ultima in classifica). Ipotizzabile, pertanto, che la prima ed anche le successive udienze vadano deserte. Ad Arezzo l’interrogativo è diverso. Intoppi di natura burocratica e regolamentare (debito sportivo e garanzie fideiussorie), ulteriori penalizzazioni in arrivo ed una classifica deficitaria potrebbero affievolire l’interesse dell’imprenditore La Cava come di altri. Il dubbio aleggia sulla capacità, reale, di allestire una compagine societaria in grado di garantire continuità. I play out, nell’uno e nell’altro caso, sono sempre una roulette russa. In campo, è bene ricordare, vanno sempre le forze non il blasone.

Nel frattempo in serie C è già retrocesso, in tutti i sensi, l’Akragas. In grandi ambasce il Matera. Il Siracusa è in vendita a costo zero. Altri club sono in affanno. I tanti punti di penalizzazione incrementano i dubbi sulla regolarità del campionato. Anche la serie B accusa i suoi “acciacchi”. Avellino in crisi economica e di risultati. Cesena fonda la sua “salvezza” nella permanenza in categoria. Allarmanti difficoltà economiche si registrerebbero anche a Bari, dove sarebbero stati pagati gli stipendi grazie all’aiuto di una componente esterna. Non si hanno notizie certe sull’avvenuto pagamento della parte contributiva.

Malagò (perché è lui che tira le fila) si ritrova tra le mani diverse patate bollenti. Di non facile soluzione quella dei ripescaggi. Saranno previsti ed eventualmente a che prezzo (fondo perduto)? I play off di serie D, a un mese dal termine dei campionati, rischiano di diventare un flop. Le idee di Tommasi, sulle squadre B e sul format della serie C, non hanno portato a nulla di costruttivo.

Un sistema, il calcio, che rischia di peggiorare. Ancora. A breve, l’evoluzione politica del Paese potrebbe condurre a una linea di pensiero (calcistico) contraria a quella attuale. Nel frattempo, Fabbricini e Costacurta hanno annunciato che il 20 maggio, a venire, sarà ufficializzato nome (e cognome) del prossimo allenatore della nazionale.

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