Vittorio Galigani

‘Graffi sulla...C’: I presidenti della C non sono dei santi

La delusione del Meazza non giustifica le esternazioni di Malagò

16.11.2017 02:38

Gabriele Gravina, presidente della Serie C

DI VITTORIO GALIGANI Non ci sono santi nel calcio. Io per primo non lo sono mai stato. L’ho scritto e ripetuto per una infinità di volte. Per sopravvivere in questo ambiente bisogna però essere dotati di una “scorza” adeguata. Alle malelingue ed alle “intemperie”. Capace di resistere a una infinità di sciocche interpretazioni. Di quelli che credono di sapere tutto. Di quelli che vogliono recitare da “grandi” e non ne hanno gli attributi. All’interno del sistema vive anche una moltitudine di personaggi dotati di personalità complesse. In serie C, dove un numero consistente di club (almeno un terzo) accusa notevoli carenze di natura finanziaria, lievita la categoria di quei presidenti del “vorrei, ma non posso”. Quelli che non dispongono della necessaria liquidità per far fronte ai costi di gestione, ma si avventura ugualmente. Altri, piccoli/medi imprenditori certamente solvibili/rispettabili nelle loro attività aziendali, ma incapaci di sostenere gli oneri in capo ad un club della terza serie professionistica. Personaggi ai quali nessuno ha puntato un’arma alla tempia per fargli intraprendere la “carriera” di presidenti. Che si avvicinano al sistema per i motivi più disparati. Il protagonismo, la visibilità, la presunzione. Anche la passione, perché no. Più d’uno con l’illusione che il calcio, gestito in quella categoria, produce reddito. Una vera assurdità. Convinti che nel calcio si possa trovare la soluzione ai propri problemi finanziari. Oppure gli “avventurieri”. I così detti turisti del pallone. Oggi qui, nel futuro non si sa dove. Questi sono i soggetti più pericolosi. Indebitano le Società e scappano. E’ già accaduto in piazze dal passato glorioso. La costante generale che accomuna la maggior parte di quei presidenti che viene identificata in questa categoria, ricorre abitualmente al muro del “pianto”. Lamentano dei pochi incassi al botteghino. Assenza di sponsor. Abbandono delle Istituzioni. Le difficoltà economiche incontrate nella gestione sono sempre frutto di responsabilità altrui. Mai riconoscono i loro demeriti. Arezzo, da tempo alla ricerca di un acquirente, a costo zero non trova interlocutori. Il soci che gestiscono la Lucchese sarebbero felici di “incontrare” partner validi. Ad Andria i tifosi hanno dichiarato l’ostracismo ad un gruppo che sta affiancando Paolo Montemurro, ma il club, per alcuni ritardi nei pagamenti, rischia il deferimento. A Reggio Calabria Mimmo Praticò, che ha da tempo manifestato pubblicamente le difficoltà in cui si dibatte il club, si è risentito perché abbiamo recentemente evidenziato difficoltà finanziarie inconfutabili. Il 17 novembre fioccheranno penalizzazioni per altre 4 Società inadempienti. Le difficoltà del Vicenza si conoscono da tempo. Sulle speculazioni fatte sulla pelle del Modena si sono versati fiumi di inchiostro. La Reggiana rischia di rimanere senza proprietario, Mike Piazza si è reso conto, in colpevole ritardo, che gli hanno ceduto una scatola ricolma soltanto di oneri. Santarcangelo respira con affanno. Si applicassero alla lettera le norme e si bloccassero i ripescaggi. Si dedicasse una attenzione particolare anche alla situazione delle Società in odore di promozione dalla serie D (sull’ adeguatezza delle loro infrastrutture) ci si accorgerebbe che non sarebbe più necessario ricorrere alla riforma, per quanto riguarda la serie C. Il format si ridurrebbe in automatico ai 40 club sulla quale si vuole impostare il futuro.

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SCIVOLONE MALAGÒ I 73mila presenti al Meazza, lunedì sera, meritavano altra soddisfazione. Il calore e la passione degli italiani, arrivati da tutto il Paese, non sono state sufficienti a “spingere” gli azzurri verso la vittoria. L’incapacità manifesta di Gian Piero Ventura, in confusione totale, è andata oltre ogni limite. In Russia ci giocheranno quelli dell’Ikea. Incredibile. Quella esclusione dal mondiale ha provocato le reazioni delle istituzioni. Politiche e sportive. Malagò sapeva che non esistono i presupposti per commissariare la Federcalcio. Ha spinto, ciononostante, sull’accantonamento di Tavecchio. Poteva astenersi da quelle considerazioni. Lui che è il capo dello sport italiano. Una conferma alle sue mire su via Allegri? Il Ministro Lotti è stato più accorto. Ha parlato di calcio da rifondare. Non degli uomini. Sulla delusione degli sportivi italiani e sulle esternazione di Malagò si sono fiondati i mass media. La maggior parte. Scontato l’esonero di Ventura, inadeguato per quell’incarico. Si è chiesta la testa anche di Tavecchio. Spinte politiche hanno candidato anche Veltroni. Non si sa su quali basi e su quali esperienze professionali. Malagò, da capo dello sport italiano, conosce vita e bilanci di tutte le federazioni. Quelle del ciclismo, dell’atletica leggera, del nuoto e diverse altre ancora sono tutte in passivo. Per svariati milioni di euro. Non ne ha mai chiesto il commissariamento. Perché allora accanirsi sulla Federcalcio. Sull’unica che vanta patrimonio (e liquidità per oltre 70 milioni di euro) alla quale, peraltro, sono strati sottratti, proprio dal Coni, 28 milioni di contributi.La dimostrazione della buona condotta finanziaria della gestione Tavecchio è tutta racchiusa in quelle cifre. In fin dei conti lo stesso Carlo Tavecchio, con una decisione condivisa da tutto il consiglio federale, avrà pur sbagliato nello scegliere Ventura, ma non ha mai fatto la formazione né, tantomeno, è andato in campo ed ha sbagliato qualche calcio di rigore. In campo ci vanno sempre e soltanto i calciatori!

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