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Seconde squadre: Piovono i ricorsi degli scontenti

Nella prossima serie C non più di due o tre team B. La riforma entrerà a regime dal 2019

12.06.2018 18:06

A un mese dall’annuncio, resta un retrogusto un po’ amaro, se è vero che la domanda più o meno sulla bocca di tutti è la seguente: a chi piace questo progetto delle seconde squadre? Badate bene, si intende questa formula, non l’idea in astratto, che anzi era invocata da tempo (anche se nessuno ci metteva mano). Ma questa creatura concepita e partorita in tutta fretta, come fece la famosa gattina, fino ad ora ha prodotto più scontenti che entusiasti, il che è anche fisiologico data la portata dell’innovazione in un mondo abituato a cambiare più a chiacchiere che a fatti concreti. 

Mancati collaudi A questa gestione della Figc va il merito di aver fatto il primo passo. Ma siccome la fretta è sempre cattiva consigliera, l’impianto non è stato collaudato. Nè — sostengono gli scontenti — condiviso. Il meccanismo si completerà soltanto dal 2019, quando saranno creati in Serie C posti ad hoc per almeno dieci seconde squadre. Per quest’anno, si occuperanno solo gli spazi lasciati liberi dai fallimenti e dalle mancate iscrizioni, ma vanno condivisi con i ripescaggi delle retrocesse dalla C (Prato in pole position) e delle provenienti dai playoff di Serie D (Cavese prima della lista). Dunque, è difficile immaginare che già nella stagione 2018-19 ci siano in organico più di 2 o 3 squadre B. Ci si chiede: valeva la pena cominciare subito per averne in numero tanto esiguo? Non era forse meglio aspettare 12 mesi e introdurre le seconde squadre in un ampio progetto di riforma dei campionati? "Perplessità e polemiche sono fisiologiche di fronte alle innovazioni", minimizza il commissario Roberto Fabbricini. Fatto sta che si lamentano in tanti. Le società di A sono state interpellate solo a delibera pubblicata, e hanno presentato al d.g. Uva e al sub commissario Costacurta un lungo elenco di perplessità, soprattutto sui criteri scelti per stilare la graduatoria con cui saranno introdotte le prime seconde squadre. Criteri che sembrano cuciti addosso alle grandi società, Juventus e Inter in testa, Milan (che potrebbe giocare a Varese) e Roma più indietro, forse anche Napoli. Le uniche in grado di ottenere un punteggio alto in tutte e tre le classifiche: giocatori convocati nelle Nazionali giovanili (40% del punteggio), risultato nel campionato 2017-18 (30%), media spettatori (30%). Ma nemmeno le big, dicono, sono pronte a partire. Forse la sola Juventus si è già attrezzata, non a caso l’unica — dice qualcuno maliziosamente — che abbia condiviso parte di questo percorso. Ci sono, poi, perplessità su alcuni singoli parametri di partecipazione. Ad esempio, non si capisce se tra i 4 Over concessi non possano essere utilizzati calciatori che abbiano accumulato più di 50 presenze in tutte le Serie A del mondo o soltanto nella nostra. Fa una bella differenza. 

Ricorsi e prese di distanza Alcune polemiche hanno meno senso di altre. La Serie B è sul piede di guerra perché le seconde squadre lotteranno come le altre per essere promosse. "Come avremmo potuto scegliere diversamente? — si chiede Fabbricini — Se avessimo tolto a queste squadre la possibilità di competere, avremmo avuto tante partite prive di senso". "Non lo accettiamo — gli risponde il presidente Mauro Balata — ledono il nostro rapporto con il territorio. Avevamo chiesto una rettifica, almeno di poterne discutere. Ci era stata assicurata l’apertura di un tavolo in cui ci saremmo potuti confrontare, ma non se n’è fatto più nulla, quindi abbiamo deciso di depositare un ricorso al Tribunale federale per chiedere l’annullamento della delibera". Scendendo in Lega Pro, c’è una vasta platea di contrari. Non si accontentano dei milioni che gli arriveranno (per iscrivere la seconda squadra la società di A dovrà sborsare 1 milione e duecentomila euro), sostengono che a regime ci perderanno di più a non poter valorizzare nelle loro rose i giovani della Serie A spediti nella categoria inferiore a farsi le ossa. Lamentano anche la scelta di alzare il limite d’età degli Under utilizzabili dai 21 della prima versione del progetto a, di fatto, i 23 del documento finale. Tanto che il presidente Gabriele Gravina, che pure vanta la primogenitura del progetto, è arrivato a disconoscerlo recentemente: "Non è quello che avevo pensato io". 

Miglioreremo A questa platea di scontenti il commissario straordinario della Figc Roberto Fabbricini, che ha firmato il provvedimento dopo averlo condiviso con Uva e Costacurta, risponde così: «Al termine della prima stagione, si vedrà se e quali correttivi apportare». Ha anche ragione, se non fosse che questo primo campionato sperimentale avrà comunque un impatto sul sistema e che al termine correzioni di tiro ed eventuali migliorie le apporterà, nel caso, un presidente federale, non l’attuale gestione commissariale. Motivo per cui il dibattito sul progetto squadre B, come per la promozione del calcio femminile e addirittura la scelta del c.t., si è giocato finora anche sul terreno dello scontro politico, tra chi oggi gestisce la Figc su mandato del Coni e chi della Federazione vuole riappropriarsi al più presto (il che è tutto da vedere, ma questa è un’altra storia). "Indipendentemente da come proseguirà la storia della Federcalcio — ribatte Fabbricini — sono convinto che nel medio termine questo progetto delle seconde squadre darà benefici a tutto il sistema e diventerà linfa vitale per le nostre nazionali. Pur consapevoli delle difficoltà organizzative — riconosce — abbiamo deciso di lanciarlo proprio per consentire la valorizzazione dei nostri giovani migliori".

Alternativa Il ragionamento non fa una piega, ma in questa fase ci si chiede ancora se questo progetto, così come è stato concepito, sia davvero la scelta migliore, o almeno più congeniale alle esigenze di crescita del nostro calcio. O se non sarebbe stato meglio incentivare gli investimenti dei club di A nelle società minori. Chi non è convinto delle squadre B cita il caso del Cagliari di Tommaso Giulini, che con circa 300mila euro all’anno tiene in vita l’Olbia in Serie C, sfruttandone struttura e, soprattutto, vivaio. Il progetto funziona e sta diventando un modello per tanti. Scommettiamo che i rossoblù non faranno la seconda squadra? (Da Gazzetta.it)

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