Vittorio Galigani

Serie C: Squadre B, rischio di scopiazzare il modello spagnolo. I casi inquietanti di Reggina e Bisceglie

13.03.2018 19:12

Da sinistra: Gianfranco Mancini, Nicola Canonico e Giuseppe Alberga

La Serie C che verrà. Pareri, i più disparati. Parole, tante. Concretezza tutta da accertare. Squadre B, ripescaggi, sostenibilità, solvibilità, format, correttezza. Per ora soltanto parole. La Lega di categoria non è dotata degli strumenti idonei per intervenire direttamente. A quasi due mesi dal commissariamento della Federcalcio emerge, per ora, la poca preparazione, in materia riforme, delle istituzioni preposte.

Le squadre B, alla tornata elettorale dello scorso gennaio, sono state il “cavallo” di battaglia di Tommasi e dell’associazione calciatori. E’ sensazione generale che Malagò/Fabbricini siano molto vicini a quel pensiero o meglio che proprio chi rappresenta il sindacato calciatori possa essere l’ispiratore del presidente del Coni e del suo rappresentante in via Allegri. Le idee, al proposito, sembrano poche e confuse. Sui ripescaggi bisognerà intanto stabilire se si va verso il blocco o meno. A ruota la decisione sulle squadre B dei club della massima serie.

Un progetto, quello delle squadre B, inserito nel contesto delle riforme dei campionati, che da tempo era in fase di esecuzione su indicazione dell’allora presidente Tavecchio e di Gabriele Gravina.

L’inserimento delle squadre B in Serie C prevede un indispensabile percorso. In primis la modifica degli articoli 49 e 50 delle norme. Poi tempi e metodi per l’emanazione di un bando. A seguire quante (stabilire un tetto massimo), quali e con quale criterio/principio si debbono identificare le ammesse. Successivamente un protocollo d’intesa. 

Un’intesa economica sul valore attribuibile al tagliando “d’ingresso” delle squadre B in quella categoria. Addebitato ai club della Serie A che aderiscono? Tradotto in “soldoni” quanto la Serie A sarebbe disponibile a riconoscere, alle società della terza serie, per la partecipazione delle loro seconde squadre a quel campionato. Sarebbe oltremodo riduttivo, infatti,limitarsi al possibile incremento dell’incasso nella partita in cui, per esempio, la Juve B (si fa per dire) affronta l’Atletico Leonzio, a Lentini.

La classifica. Da scartare a priori l’eventualità del non inserimento in graduatoria. Da determinare i criteri di eventuali promozioni. Certamente sì fino alla Serie B, mai nella stessa categoria di appartenenza della prima squadra. A seguire una norma chiarificatrice sulle eventuali retrocessioni. La squadra B dell’Inter (si fa sempre per dire) retrocessa in Serie D rappresenterebbe un non senso.

Le rose, i limiti d’età. Il limite da porre alla partecipazione dei calciatori stranieri. L’esclusione, certa, degli extracomunitari. Tutti argomenti da prendere in grande considerazione se veramente si crede che le squadre B debbono rappresentare il “serbatoio” per le rappresentative nazionali (a tutti i livelli) e per l’inserimento in prima fascia nel club di appartenenza. L’esempio spagnolo che qualcuno ha voluto evidenziare (Andrés Iniesta, diciottenne, nel Barcellona B), nella sua eccezionalità estrema, assume i contorni del ridicolo.

La Serie C che verrà, ho scritto avanti. Il progetto delle squadre B, per quanto sopra esposto, non appare di immediato/facile realizzo. Soprattutto per evitarne un “flop” che risulterebbe esplosivo. Nell’immediato, però, nella categoria occorrono solvibilità, solidità e maggiore credibilità.

Le esperienze di Modena, Vicenza, Arezzo (e di qualche altro club di prossimo “arrivo”) stanno insegnando che le pessime “imprese” compiute da coloro che io definisco i turisti del pallone sono in via di estinzione. Il coinvolgimento delle forze economiche dei territori citati fornisce esempi confortanti. Segnali in tal senso arrivano da Vicenza dove la passione dei tifosi e la riconosciuta capacità del curatore fallimentare designato (De Bortolo) lascia intravedere bagliori di luce in fondo al tunnel. Sintomatica la situazione di Arezzo. Nella corsa contro il tempo è sceso in campo anche Alessandro Ghinelli, il primo cittadino del capoluogo toscano. L’Orgoglio, con la O maiuscola (amaranto), unito alla passione dei tifosi stanno convogliando in un “contenitore” pubblico il denaro sufficiente per scongiurare prossime penalizzazioni (occorrono sull’unghia 375mila euro, ne sarebbero già stati raccolti oltre 200mila), ma principalmente per “convincere” il giudice ai fallimenti di dar corso a quell’esercizio provvisorio che garantirebbe la gestione sino a fine campionato. Palese che l’idea della “colletta” intesa come tale, pur encomiabile, non sarebbe mai sufficiente da sola. Su Arezzo, imprenditori del territorio e aziende sponsor hanno già manifestato il loro interessamento al futuro salvataggio del club.

Quest’ultima è l’ipotesi più sostenibile che avanza per tutta la categoria. Le riconosciute difficoltà economiche della terza serie sconsigliano qualsiasi imprenditore ad accollarsi, in toto e da solo, la gestione finanziaria di un club. In più casi anche della Serie B (non è vero che il salto tra i cadetti risolve i problemi di cassa e di bilancio). Il sistema rigurgita ovunque di plusvalenze gonfiate e di ingenti debiti, irrisolti, verso l’Ufficio delle Entrare. Quindi non la solita “colletta”, nel senso più riduttivo dell’espressione, ma una gestione aziendale più diffusa. Fatta da un gruppo di persone solvibili, espressione del territorio, in grado di garantire continuità. In grado, per tutti, di limitare il rischio di impresa. Un percorso virtuoso che diverrà di successo solo nel momento in cui le istituzioni di categoria potranno esprimere parere decisionale sul rilascio delle licenze nazionali. Accertando preventivamente l’onorabilità e la solvibilità di chi si avvicina al sistema.

A margine due episodi che, pur diversi, evidenziano un presente difficile da sostenere.

L’aggressione verbale e fisica nei confronti di uno steward che sarebbe avvenuta a Reggio Calabria, protagonista un rappresentante della società amaranto. Sarebbe il sintomo di un affanno più esteso che non si limita soltanto alla crisi attuale dei risultati. Il ripetersi di pressioni mediatiche e non solo, manifestate nei confronti dell’attuale gestione, potrebbe aver condotto a quel gesto esasperato. Manifestazione senza dubbio censurabile quanto deprecabile in presenza di un semplice giudizio, quantunque negativo, espresso nei confronti dell’attuale allenatore dei reggini.

Nicola Canonico, patron del Bisceglie, ha esonerato Nunzio Zavettieri. L’allenatore paga per la carenza di risultati. Al suo posto (ne possiede il titolo) Gianfranco Mancini, sino a pochi giorni addietro semplice responsabile del settore giovanile. La conferma è avvenuta in una conferenza stampa in cui Canonico era accompagnato dallo stesso Mancini e da Giuseppe Alberga. A prima vista, senza voler essere impietosi, sembra il solito pastrocchio sul quale l’associazione italiana allenatori farebbe bene a vigilare. Con un consiglio per Alberga, che professionalmente merita tutta la nostra stima: non si faccia coinvolgere in situazioni che sono poco in linea con la sua onorata carriera di calciatore prima e preparatore dei portieri poi.

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