Vittorio Galigani

Si chiama Lega Pro, ma ci girano troppi dilettanti. Il percorso iniquo e senza ritorno di un campionato ‘farlocco’

10.04.2018 18:04

Saverio Columella, presidente del Matera - Foto Tuttomatera.com

Non per essere ingenerosi, ma il campionato di Lega Pro, il più irregolare della storia, per tanti motivi, sta volgendo al termine. Lo spettacolo offerto è l’emblema di un calcio italiano bisognoso di “professionisti” e non di dilettanti. 

SERIE C SCONCERTANTE L’immagine esportata da questa Serie C è francamente sconcertante. Il problema è il quadro offerto dai Campionati. Gironi incompleti, fidejussioni escusse a piacimento, società fallite, battaglie per avere somme dalla Federcalcio. La scelta di qualche dirigente interno quantomeno infelice. Occorre analizzare la situazione e verificare se la gestione sia stata adeguata. Non sembrerebbe così. I fatti evidenziano che non tutto sarebbe stato risolto nel migliore dei modi. Ci si è dimenticati, in alcuni casi, lo scopo fondamentale della Lega Pro (vedi articolo 1 dello Statuto). Recita, proprio quell’articolo (alla lettera a), che la lega pro uniforma “la propria attività e l’organizzazione interna a criteri di efficienza, economicità, trasparenza, parità di trattamento”. Questa “missione” risulta essere stata più volte tradita. E’ la verità, purtroppo. In alcuni casi, si è tradito il principio di equità. Sono stati riservati trattamenti di disparità. Accadeva anche in passato. Il presidentissimo Macalli (per carità mai rimpianto) soleva dire “la lega è mia”. Nel senso che le regole erano elastiche. A seconda degli amici. Un bruttissimo esempio, ma calzante. Non si spiegano altrimenti una serie di comportamenti. Il Modena, certo, si barcamenava tra mille difficoltà. Non ha però ricevuto alcun aiuto, né politico, né economico. Perché di fronte alla rigidezza dell’amministrazione territoriale, che aveva privato Caliendo del “Braglia, in Lega Pro non si è ricorsi al tentativo estremo? Il fallimento, per giungere all’esercizio provvisorio. Il territorio, la tradizione sportiva di quei colori e la Ghirlandina andavano comunque tutelati. A prescindere. Nessun aiuto, giustamente, per Caliendo (una gestione disastrosa la sua). A lui furono “rammentate” soltanto le norme sull’esclusione dal Campionato. E’ invece di questi tempi il rinvio delle partite dell’Arezzo che, oltre a valicare l’articolo 53 delle norme federali che disciplina la materia, ha “sconvolto” tutto il calendario. Ha costretto anche gli avversari al “sacrificio” di partite ravvicinate per il recupero. Motivi del rinvio? Ci sarebbe un’istanza di fallimento pendente. Si deve garantire la regolarità del Campionato! E’ stato così motivato. Un’interpretazione soggettiva. Non totalmente condivisibile. 

FIDEJUSSIONI Approfondendo l’analisi sorge il dubbio che si siano ignorate le norme. In questo contesto è utile introdurre il tema della escussione delle fidejussioni. Per potersi iscrivere al campionato, le società professionistiche debbono depositare una fidejussione a garanzia del debito sportivo. Giusto. I lavoratori debbono essere “tutelati”, ma la fidejussione non è un mezzo di pagamento da utilizzare a proprio piacimento (a scelta della lega, l’unico soggetto che può decidere l’escussione). Come qualche presidente ha già evidenziato: perché una società virtuosa, ultima in classifica, che paga con regolarità stipendi alle scadenze, si deve vedere penalizzata rispetto all’Arezzo e al Vicenza caduti nel baratro fallimentare, come di altri club, ancora inadempienti, che sono stati penalizzati? Io, società onesta, non ingaggio giocatori di livello senza pagarli. Non utilizzo la garanzia in corso di campionato. Non “sfrutto” la collaborazione della Lega Pro che escute la fidejussione. Che incassa le somme e invia un incaricato a pagare gli emolumenti. Non è questa la trasparenza e la parità di trattamento di cui parla l’articolo uno e di cui la lega di Serie C dovrebbe essere garante! Gabriele Gravina queste cose le sa, ma il guazzabuglio del presente gli riserva un ruolo sgradito. Lo “obbliga” ad azioni che lui stesso potrebbe non condividere. Poniamo il caso che a fine campionato l’Arezzo si salvi. Chi retrocede senza aiuti e perde la categoria, a chi si deve rivolgere per tutelare i propri interessi? La vicenda Vibonese/Messina ha tutt’ora strascichi. La Federcalcio si troverà necessariamente pagare dazio in sede civile. Le fidejussioni possono/debbono essere escusse solo a fine campionato. Dopo l’eventuale esclusione. “Servono” per garantire ai tesserati il pagamento di quanto dovutogli. Altrimenti tutte le società di Lega Pro avrebbero/hanno il diritto a usare (a piacimento) quelle somme depositate al momento dell’iscrizione.

MAGGIORE RIGORE Una gestione con dei punti “deboli” non è una gestione da professionisti. Gravina non può rimanerne contento. La Lega Pro ha la necessità di dare prova di maggiore rigore. Si ha la sensazione che in alcuni casi non vengano rispettate la solvibilità e il rispetto delle norme dei più virtuosi. Lega pro con una gestione difficile. Gabriele Gravina in altre situazioni si è visto costretto ad alzare le mani. Inutile combattere contro i mulini a vento, deve essersi detto. E’ il caso, per esempio, della battaglia di settembre quando si minacciava di non far partire i campionati senza la restituzione di quei “famosi” 5 milioni di Euro della Melandri. Gravina deve aver compreso che la lega di Serie C, senza riforme immediate e regole appropriate per la categoria, ha iniziato un percorso di non ritorno. Un sintomo (una lettura soggettiva) che traspare da alcuni suoi comportamenti. Non ultima la sua candidatura alla presidenza federale.

CLASSIFICHE FARLOCCHE Occorre una “rivoluzione” epocale nella gestione del sistema. Mi limito alla Lega Pro. Con le regole attuali l’esito dei campionati di Serie C è figlio di classifiche “farlocche”. Gli esempi? Il più recente assegna (qualche ora fa) al Matera due punti di penalizzazione per inadempienze relative al bimestre settembre/ottobre dello scorso anno (sic!). L’Arezzo (atteso da altre pesanti penalizzazioni) valutato soltanto 77.500 euro. Club in vetta ai loro gironi che sono “ancorati” alla promozione per evitare di “scomparire”. L’Antitrust che impone la regola delle fidejussioni assicurative (quelle delle compagnie con sede nei paradisi fiscali erano fasulle) e che vieta l’applicazione di un rating idoneo alla categoria. 

RIPESCAGGI OBBLIGATORI Per terminare, una ciliegina. Chi pensa alle “riammissioni” si è già smarrito dietro una chimera. I ripescaggi si faranno? Si narra che in Federcalcio vorrebbero bloccarli. Le norme, agli articoli 49 e 50, recitano però che la Serie C deve essere in tre gironi da 20 squadre. Le riforme vanno scritte e poi applicate (per  “tradizione” dopo due stagioni). Alle decisioni non ci si arriva per “violenza” ai regolamenti. I ripescaggi, seppure molto onerosi, appaiono pertanto inevitabili. Però, a un mese dalla fine dei campionati, non se ne sa ancora nulla. I play off di Serie D rischiano di diventare una “pagliacciata” inutile. Sarebbe l’ennesima presa in giro. Vi pare giusto?

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