Vittorio Galigani

Trasformismo e personalismi, così il calcio finisce in guerra e sul campo restano solo ‘vittime’

31.01.2018 00:04

Un’autorete clamorosa. Una mancanza assoluta di lucidità e strategia dei protagonisti e delle componenti maggiori. Questa la sintesi di quanto emerso nel corso dell’assemblea indetta per l’elezione del presidente della Federcalcio.

Ne esce senza dubbio “rottamato” Renzo Ulivieri, che subisce una pertinente lezione di coerenza nel corso dell’intervento di Cosimo Sibilia. Ulivieri, in rappresentanza degli allenatori, si era schierato tempo addietro con Demetrio Albertini, al fianco dei calciatori. Nella tornata successiva aveva sostenuto Carlo Tavecchio (contro gli stessi calciatori, la Lega Pro e Andrea Abodi). Lunedì scorso, schierato al fianco di Gabriele Gravina, di nuovo contro i calciatori, ma anche contro Sibilia con il quale si era alleato circa un anno fa. Veramente l’incoerenza materializzata persona. Non esistono argomenti perpoter obbiettare.

Gran burattinaio, che tirava le fila da dietro le quinte, Giovanni Malagò. E’ molto più di una semplice sensazione. L’apparentamento tra Coni e Calciatori è stato palese. Alla resa dei conti quella che appariva la componente più debole (i calciatori) è risultata la più incisiva sull’esito finale. Damiano Tommasi, nel suo intervento, ha evidenziato quanto lui non volesse essere inteso come ago della bilancia. I più hanno interpretato tra Sibilia e Gravina. Nella realtà è stato molto di più. Il suo comportamento ha messo in ginocchio il calcio italiano affidandolo, nella sua interezza, al presidente del Coni. Ha permesso a Malagò di intraprendere, nel modo più facile, quel percorso al quale lo stesso ambiva ancor prima della nefanda notte del Meazza. Tommasi, alla lettura degli esiti della terza votazione, non era presente nell'aula assembleare ed è rimasto sordo a tutte le successive sollecitazioni. Si è dato uccel di bosco. Soltanto i più distratti non avevano ancora compreso. I delegati di Tommasi non avrebbero concesso a nessuno le loro preferenze. Perchè le avevano consegnate, già da tempo, nelle mani di Giovanni Malagò.

L’estremo tentativo, di salvare il salvabile, è servito soltanto per “assestare” l’ultimo scrollone al palazzo. Per far naufragare le flebili, residue aspettative di una futura gestione autonoma. Inutile l’intesa raggiunta sul filo di lana che vedeva Gabriele Gravina presidente in via Allegri con Sibilia suo vicario. Il primo, evidentemente contrastato dai suoi alleati, quando ha realizzato di non avere numeri sufficienti per governare in consiglio federale, ha fatto un passo indietro. La forma ed i modi sarebbero risultati discutibili. Cosimo Sibilia, il più intuitivo e diretto nelle decisioni, si è assunto l’onere di rendere ufficialmente inutile la contesa elettorale. Ha sollecitato i suoi a consegnare, nell’ultima tornata, le schede in bianco. Di fatto, un’alleanza che si stava dimostrando incerta, già in avvio, rischiava di portare la Federcalcio comunque al commissariamento dopo un brevissimo lasso di tempo.

Sessanta giorni, quelli concessi da Tavecchio dopo quella notte al Mezza, per arrivare al nulla di fatto. Mentre Malagò operava sotto traccia e lanciava messaggi trasversali, i presidenti di serie A si accapigliavano su temi finanziari (diritti tv e ripartizioni) e si scontravano (anche a livello fisico) su discutibili questioni personalistiche. Indifferenti sulla necessità di individuare, consensualmente, il candidato “ideale” per la presidenza federale. La persona, ritenuta più meritevole/affidabile, sulla quale far convergere l’unanimità dei consensi. Il calcio italiano che va alla deriva (anche) per un contrasto tra uomini. Ridicolo si dirà, ma purtroppo è vero. L’ostracismo che alcune società hanno manifestato nei confronti di Claudio Lotito, per il suo modo di fare piuttosto che sulle sue capacità manageriali, è risultato determinante. Alla lunga si è manifestata come una carenza di lucidità e di strategia. Imperdonabile, considerando lo “spessore” attribuibile agli imprenditori ed ai manager che sono a capo della categoria (la serie A) che fa da volano (non solo economico) al sistema calcio del Paese.

La verità racconta che, in diversi tavoli, si sono portate avanti assurde “battaglie” personalistiche. Pochi hanno inteso comprendere. Il fallimento era annunciato nella sua globalità. La Giunta del Coni, nella giornata di giovedì, provvederà alle nomine dei Commissari e dei loro sostituti. Per Via Allegri e per la serie maggiore. A Giovanni Malagò corre ora l’obbligo di trovare la soluzione a un compito niente affatto facile. Ci vorrà un numero consistente di anni. Non si tratta soltanto di riscrivere le norme e di imporre decisioni di facciata.

Il sistema accusa un indebitamento macroscopico. Molte Società, in tutte le categorie, sono a rischio di collasso economico. La perdita notevole di società e praticanti. L’utilizzo eccessivo di calciatori comunitari ed extra. Le operazioni estero su estero. La carenza atavica delle infrastrutture. I papà che elargiscono denaro per far giocare i propri figli. Gli allenatori e i direttori sportivi che viaggiano con lo “zainetto”. La meritocrazia che è andata a farsi benedire. I “turisti” del calcio che operano indisturbati. Le società che non pagano stipendi e contributi, ma che non vengono ancora deferite. Le classifiche di diversi campionati che di conseguenza risultano falsate. Alcune società di Serie C in agitazione perché non è giusto che solo nel girone B si usufruisca del beneficio di una retrocessione (i ricorsi sarebbero già pronti). Il pesante “affaire” della Vibonese. Il permesso di iscriversi concesso a società che si trovano sull’orlo del fallimento.

Da ultimo le nazionali. Tutte. Se in Serie A giocano prevalentemente calciatori stranieri come possiamo pensare di essere in grado di allestire, in futuro, una squadra competitiva a livello internazionale. Tolta qualche rara eccezione, i convocati nella under 21 provengono, tutti, dalle terze scelte delle squadre di appartenenza. Il confronto proposto con i pari grado di Spagna e Germania è improponibile quanto assurdo. Proprio per questo sull’utilizzo, prossimo, delle squadre B, magari under 21, si sarebbe da scrivere una “fiaba” interminabile. L’indebitamento di tante società mal si coniuga con l’allestimento di ulteriori compagini. Ma poi, quanti potrebbero permetterselo.

Concludendo. Giovanni Malagò se le è andate a cercare. Pedissequamente e volutamente. Il calcio esercita, sempre, un fascino particolare. Anche lui non è esente. Per arrivare all’obbiettivo attuale è andato in “guerra”. Attenzione però, d’ora in avanti, a non lasciare perdite sul campo. Perché i “fucili” sono puntati e il rischio è notevole. Siamo soltanto al primo round. Da qui alla fine del quadriennio olimpico (circa due anni) se ne potrebbero vedere delle belle.

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